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La data del 28 ottobre, fissata dalla Corte d’Appello di Milano per lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, si avvicina e con essa aumenta la tensione nel mondo dell’appalto, da sempre l’anello più fragile della catena produttiva. Le aziende monocommittenti, che dipendono totalmente dalle commesse dell’acciaieria, sono le prime a mostrare segnali di sofferenza.
Una comunicazione inviata ai sindacati dalla Castiglia delinea uno scenario preoccupante: l’azienda prevede la cessazione delle attività dell’area a caldo e di quelle funzionali, tra cui le operazioni portuali. Sono coinvolti circa 70 lavoratori, di cui 16 con contratto a tempo determinato.
La Castiglia dichiara:
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impossibilità di ricollocare il personale,
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esubero strutturale,
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blocco del turnover,
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stop alle proroghe dei contratti a termine.
I sindacati sono stati convocati per il 4 settembre per discutere la situazione.
Un altro fronte critico riguarda la Peirani, che ha chiesto cassa integrazione per 55 lavoratori (51 operai e 4 impiegati) a causa della mancanza transitoria di commesse. L’incontro con i sindacati si è concluso senza accordo: le organizzazioni chiedevano la maturazione integrale dei ratei, l’anticipazione e la turnazione della cassa integrazione, ma l’azienda ha dichiarato di non poter garantire queste condizioni.
La situazione dell’appalto è sempre più critica: migliaia di posti di lavoro sono a rischio. I sindacati attendono ora la convocazione a Palazzo Chigi, auspicando che il Governo intervenga con misure chiare e immediate per evitare un impatto sociale devastante.
La possibile chiusura dell’area a caldo non è solo un tema industriale: è una questione occupazionale, sociale e territoriale. Il mondo dell’appalto, già provato da anni di incertezze, oggi si trova davanti a un bivio che richiede risposte urgenti.
Servizio a cura di Debora Notarnicola
L’articolo Ex Ilva: appalto in fibrillazione proviene da Radio Cittadella Taranto | La Stazione Radio dei Due Mari.